Il legame tra ipoacusia e demenza senile

Molto spesso lo screening dell’udito viene sottovalutato, ma lo sapevi che è molto importante per la tua salute?

Infatti, diversi studi affermano che la perdita dell’udito è un possibile fattore di rischio per la demenza senile e altre patologie come alzheimer e declino cognitivo.

Da uno studio pubblicato nel 2017, alcuni ricercatori hanno dimostrato che gli anziani affetti da presbiacusia (quindi il calo dell’udito legato all’età) hanno maggiori probabilità di sviluppare un deterioramento cognitivo o una diagnosi di demenza, rispetto ai loro coetanei. Il cervello umano si riduce di dimensioni con l’età, ed il processo per di più accelera nei soggetti ipoacusici.

Perdita dell’udito e isolamento sociale negli anziani

La perdita dell’udito è associata a un maggiore rischio di isolamento sociale, che a sua volta ha un’associazione negativa con la cognizione. L’isolamento sociale, inoltre, può comportare gravi rischi a livello emotivo e comportamentale, possiamo parlare di depressione, malumore, pigrizia. Per questo è fondamentale monitorare la condizione uditiva, per cercare di applicare gli apparecchi acustici quando la perdita è ancora lieve. I soggetti anziani con ipoacusia lieve hanno meno perdita di memoria rispetto a coloro che hanno deciso di non mettere gli apparecchi acustici.

Aspettare che una perdita lieve diventi grave per mettere gli apparecchi è un errore comune, quello che interessa non è tanto sentire i suoni ma capire le parole, e se le informazioni non arrivano correttamente al nostro cervello, purtroppo, con il tempo perdiamo l’abilità di elaborarle. Per questo si capisce ‘’fischi per fiaschi’’. A quel punto il recupero delle capacità cognitive è limitato. Possiamo quindi affermare che l’ipoacusia non trattata potrebbe causare gravi conseguenze alle funzioni cerebrali.

La perdita dell’udito è correlata al declino cognitivo?

Al giorno d’oggi non è ancora noto come la perdita dell’udito possa essere correlata al declino cognitivo. A questo proposito, i ricercatori hanno ipotizzato che queste capacità possano condividere un percorso neurale comune. Per esempio, la perdita dell’udito può richiedere un maggiore sforzo e dispendio di energie per codificare il parlato, lasciando però meno risorse mentali per altri processi cognitivi come la memoria. Lo sforzo ulteriore, che il cervello deve effettuare per sentire, capire ed elaborare quello che ci viene detto sottrae inevitabilmente energie fondamentali alle funzioni della memoria.

Immaginate di essere seduti in una grande tavola con tante persone intorno a voi, cosa fareste se vi rendeste conto di non riuscire a seguire nessun discorso? Una delle risposte potrebbe essere: ‘’mi chiuderei in me stesso’’. Spesso questo è proprio quello che succede alle persone ipoacusiche che, non riuscendo a partecipare, si isolano. È stato studiato, infatti, che la perdita uditiva nei soggetti non trattati è correlata ad un rischio di isolamento sociale più alto e l’isolamento, purtroppo, può portare a stress, ansia e depressione.

Sottolineiamo ancora quanto è importante prevenire il declino cognitivo associato all’ARHI (disabilità uditiva legata all’età) con una riabilitazione precoce tramite apparecchi acustici e facendo screening uditivi frequenti all’anziano. Non solo all’anziano, è vivamente consigliato oltre una determinata età, che può essere 50 anni di procedere a controlli periodici dell’udito per prevenire, monitorare e trattare nel migliore dei modi, senza perdere altro tempo.

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